Il tempo disegna le cose

    Il tempo disegna le cose
    Trevi, ricordo del passato dove il tempo si respira.
    La prima cosa che noti è il profilo del paese che attrae lo sguardo di chi attraversa la valle. Una chiocciola di case e mura che  volano verso la strada e, alla sommità dell’altura, un campanile, attirano lo sguardo. La cinta di mura nasconde un gomitolo di vicoli appesi al silenzio, rotto, in primavera, dalle rondini. Le riscopro qui in volo negli appuntamenti della mattina e della sera. I ricordi mi legano a questa città misteriosa da quando, bambina, con i miei genitori ci siamo rifugiati quassù lontano dall’afa estiva di Roma. Palazzi e giardini nascosti di nobili famiglie hanno scatenato la nostra immaginazione. Queste fantasie sono rimaste presenti nel mio ricordo, e infine la decisione, cinque anni fa, di recuperare una diversa profondità alla vita quotidiana.
    Per molti anni sono rimasta lontana da questa realtà, ma l’ho ritrovata. Per scegliere di vivere a Trevi bisogna lasciarsi avvolgere dal fascino sottile e incomprensibile che la impregna. La serenità dei vecchi trevani è contagiosa e il loro atteggiamento verso la vita infonde saggezza. Forse ho capito perché questa è terra di santi. I colori del tramonto, il sole che scompare dietro la collina di Montefalco o la luna che spunta dalla collina si trasformano in emozioni. Riconosco il volgersi delle stagioni dalle sfumature della montagna intorno. A marzo le violette spontanee e i ciclamini, colorano le spallette sotto le siepi appena fuori dal paese. I papaveri danno loro il cambio a maggio. Campi interi di fiori rosso fuoco mi accompagnano fino a giugno inoltrato. Dalla passeggiata di San Martino, in estate, vedo le macchie gialle dei girasoli alternate al verde del granturco. D’inverno l’emozione della neve sugli ulivi, i piantoni come li chiamano qui. Se poi vi capita di andare a vedere la partita di pallone nello stadio di Trevi, affacciato sulla Valle Umbra come una grande terrazza, vi perdete in quel panorama e tutto il resto, per un bel pezzo, perde di significato. Mi addentro spesso nei vicoli e vedo ancora particolari che mi sembra di scoprire per caso. Anche un vecchio portone, una inferriata o una finestra socchiusa sono meritevoli della pennellata di un pittore o di una fotografia. Mi fermo a prendere l’aperitivo in uno dei bar cittadini: in effetti è un buon pretesto per scambiare quattro chiacchiere e  dimenticare i guai.
    Questa è la “mia” Trevi.

    Rita Calabria

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